Cinema

Intervista ad Eleonora Giovanardi: «La nostra società, oggi, ha bisogno di uno sguardo molto più inclusivo»

Eleonora Giovanardi racconta la storia di Adele Cambria, la penna ribelle e femminista del giornalismo italiano, nella docu-serie Donne di Calabria, per la regia di Mario Vitale. Il progetto è stato presentato al Roma Film Festival, dove l’attrice è stata ospite anche per presentare il cortometraggio “Paura del buio”, di cui è protagonista, per la regia di Mattia Lunardi. Paura del buio è un progetto di MSD Italia con il patrocinio di SIAARTI che, attraverso il linguaggio metaforico e onirico del cinema d’autore, racconta il ruolo dell’anestesista-rianimatore nell’informare e accompagnare il paziente per superare la paura dell’anestesia e vivere più serenamente il percorso perioperatorio. Il 30 ottobre è prevista la messa in onda su Paramount Network. Lo scorso anno, Eleonora Giovanardi ha co-fondato Amleta, un’associazione di promozione sociale che si batte per contrastare la disparità e la violenza di genere nel mondo dello spettacolo. Chiffon Magazine l’ha incontrata per un’intervista esclusiva.

Hai presentato, al Roma Film Fest, la docu-serie Donne di Calabria, dove racconti la storia di Adele Cambria, una figura molto importante del nostro giornalismo.

Adele Cambria è stata una delle madri del femminismo di seconda ondata, ha aperto le porte alle donne sulle grandi testate. Provenendo da una terra sicuramente non facile, ha studiato tanto, si è trasferita a Roma e ha ricoperto le notizie politiche, a livello nazionale. Per noi, è decisamente un esempio giornalistico ma anche come figura femminista perchè si è sempre battuta per diritti come l’aborto e il divorzio. Adele Cambria è stata una persona a cui guardare con rispetto.

In che modo ti sei documentata per poterla raccontare?

Girare in quei luoghi è stato davvero utile perchè dicono tanto della forza e della positiva ruvidezza di Adele Cambria. Ho guardato anche i suoi film perchè è stata anche un’attrice. E poi, ho letto la sua autobiografia Nove dimissioni e mezzo, la storia di una giornalista ribelle. In quel libro, ho sentito proprio la sua voce, una voce assolutamente schietta e forte, molto schierata.

Al Roma Film Fest, hai presentato anche il cortometraggio Paura del buio. Che esperienza ha rappresentato per te?

Per me, ha rappresentato una bella esperienza con una buona narrazione. Mia madre è un medico ed io faccio parte di una onlus che porta, nei reparti oncologici, la musica. Ho un rapporto stretto con gli ospedali. In questo cortometraggio poniamo al centro la figura dell’anestesista-rianimatore, una categoria poco raccontata nel cinema. Nel nostro cortometraggio raccontiamo la paura del buio, del sonno e del non svegliarsi. Utilizzando il metodo cinematografico, abbiamo cercato di avvicinare questa tematica al pubblico per poter superare questa paura. Sai, è stato molto bello girare il cortometraggio in una notte. Mi sono trovata molto bene.

Foto di Andrea Ciaccalè

L’anno scorso hai co-fondato Amleta, un’associazione di promozione sociale che si batte per contrastare la disparità e la violenza di genere nel mondo dello spettacolo. Sono molto felice di poterne parlare insieme a te perchè credo che sia fondamentale usare la nostra voce per cambiare le cose intorno a noi. Mi racconti come nasce questa associazione?

Amleta è nata durante il primo lockdown. Insieme ad un gruppo di attrici, abbiamo pian piano percepito che il nostro attivismo e le nostre battaglie erano sì legate al mondo dello spettacolo, ma riguardavano anche il femminismo intersezionale di cui noi tutte facciamo parte. Avevamo necessità di portare avanti i nostri pensieri. Da lì è nata Amleta. Ci siamo chieste: Ma cosa sarebbe successo alla storia della cultura e al nostro sguardo se il protagonista Amleto, emblema stesso del teatro (perchè rappresenta il Teatro), fosse stata una donna? Tutto quello che guardiamo influenza la narrazione che facciamo di noi stessi e del mondo. Vedendo sempre tutti maschi, chiaramente, anche la nostra narrazione interna cambia. Abbiamo voluto utilizzare il nome ‘Amleta’ per posizionarci all’interno del mondo dello spettacolo come un’associazione che porta avanti delle battaglie per la parità di genere, contro le violenze di genere all’interno del mondo dello spettacolo. Siamo 28 attrici e ci sono più di 500 iscritti. I nostri tesseramenti sono aperti a tutti: donne, uomini, non binari, tutti quelli che sentono forte la necessità che anche il mondo della cultura abbia una rappresentazione più equa. Portiamo avanti, attraverso le nostre attività, molti obiettivi come: il contrasto alla violenza. Aiutiamo e supportiamo, con delle avvocate che seguono la nostra associazione, le colleghe che si trovano in difficoltà, ma anche attraverso la nostra mail, con uno spazio protetto per comunicare. Abbiamo creato una Mappatura delle figure femminili all’interno del mondo del teatro. Abbiamo mappato i teatri più importanti, negli anni 2017-2020, per avere una fotografia del reale. Ci siamo volute rendere conto della concretezza dei numeri che purtroppo ci ha mostrato che il teatro stesso riporta un’immagine decisamente maschile in quanto le donne sono soltanto il 30%. Sul palcoscenico ci sono sempre più uomini che donne e questo va ad influire sulla nostra stessa narrazione, sull’immaginario.

Forse ti pongo una domanda stupida: come possiamo cambiare tutto questo? E cosa pensano le nuove generazioni al riguardo?

Dobbiamo guardare le nuove generazioni per imparare. Non sono una sociologa, sono solo un’attrice. Ma penso che la loro attenzione all’inclusione e ad alcuni temi importanti come l’attivismo green sia forte. Questa generazione è molto attenta, i ragazzi hanno già superato molti temi. Secondo me, è assolutamente necessario cambiare e si può cambiare. Come si fa? Come stai facendo tu, in questo momento: dando spazio ed utilizzando la nostra voce. Possiamo cambiare le nostre lenti. Io stessa, grazie alle mie sorelle di Amleta, ho cambiato lo sguardo sul reale. Una volta che cambi gli occhiali, indietro non ci torni più. Secondo me, noi adulti dobbiamo cambiare lo sguardo, imparando dai più giovani che credo che lo abbiano già vissuto questo cambiamento e dagli anziani perchè, comunque, hanno fatto la storia. Se posso cambiare il mio sguardo, posso cambiare anche quello degli altri. E come? Informandomi, semplicemente. Quando parlo di femminismo, non parlo soltanto di donne. Non dividerei mai il mondo in generi. La nostra società, oggi, ha bisogno di uno sguardo molto più inclusivo e in questo i film e le serie stanno aiutando tanto.

Intervista ad Eleonora Giovanardi
Foto di Andrea Ciaccalè

Ecco, parlando di cinema e serialità. Credo che lo sguardo verso le donne stia cambiando. Le vittorie di Chloé Zhao e di Emerald Fennel agli Oscar 2021 lo dimostrano, così come la vittoria del film L’Evénement di Audrey Diwan al Festival di Venezia 2021. Queste vittorie sono delle eccezioni?

Si sta iniziando a rompere, a scheggiare questo tetto di cristallo. Credo che queste vittorie siano vittorie che vanno difese. C’è una sorta di discredito, una macchina del fango che afferma che queste vittoria vadano di moda, va di moda parlare di donne. Dopo una vittoria, c’è un discredito sulla possibilità che quella determinata donna abbia vinto o non vinto solo per il fatto di essere donna e rientra, per me, in una visione di un potere che non vuole essere scalfito. Dobbiamo difendere queste vittorie, non dobbiamo darle per scontate. I titoli dei giornali ricordano una vittoria perchè di una donna, e non deve essere così. Bisogna stare attenti a come si narrano le vittorie. Non ritengo che queste vittorie saranno delle eccezioni, assolutamente.

 

 

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