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Intervista a Blu Yoshimi: «Mi lascio stupire dai personaggi e dalle storie che racconto»

Attraversare persone e storie, lasciarsi andare e cadere nell’anima dei personaggi che racconta. Blu Yoshimi assorbe gli esseri umani che racconta e gli dona una vita spiazzante e sorprendente. Lo ha sempre fatto e lo fa anche questa volta con El Nido, opera prima di Mattia Temponi, presentato in anteprima all’ultima edizione del Trieste Science+Fiction Festival e disponibile dal 20 giugno su Sky Primafila, Chili, Rakuten Tv, Google Play, Prime Tv e Apple Tv.

Il film, distribuito da Minerva Pictures, è una co-produzione italo-argentina (Alba Produzioni e 3C Films Group) ed è un horror psicologico. Blu Yoshimi interpreta Sara, una ragazza problematica e di buona famiglia che, dentro a un rifugio moderno ed accogliente – ‘il nido’, appunto –, incontra Ivan (Luciano Cáceres), un uomo all’apparenza anonimo e innocuo, ma che nasconde un passato oscuro.

Sono al sicuro e protetti dal mondo esterno, però Sara è stata infettata e si sta lentamente trasformando in un mostro. Ma invece di ucciderla, Ivan decide che proverà a curarla. Così comincia la loro discesa in una spirale di manipolazione e inganni…

Intervista a Blu Yoshimi: «Mi lascio stupire dai personaggi e dalle storie che racconto»

Benvenuta, Blu. Da poche ore, è uscito Il Nido. Che emozione provi?

Ho realizzato questo film un anno e mezzo fa. Ed ora, è appena uscito e mi chiedo: ”Cosa succede adesso? Cosa diranno le persone?”. Ho vissuto un’esperienza meravigliosa e porto addosso solo cose belle. Sono pronta a ricevere tutto quello che arriverà.

Il tuo personaggio porta con sé un mondo da svelare. Nel corso della narrazione, racconta alcuni pezzi del suo passato e da spettatrice, ti sembra di afferrare la sua vita, in qualche modo. Credo che per un’attrice sia molto importante avere un personaggio del genere da plasmare. Cosa ha rappresentato, per te, poter interpretare Sara?

Tutto parte dal buco nero che Sara porta con sé. Sono partita da lì per raccontare anche la sua parte mostruosa. I grandi buchi, all’interno di una persone, permettono e facilitano l’attuarsi di un processo di manipolazione di cui Sara, chiaramente, diventa vittima. Per me, tutto questo è stato un percorso meraviglioso da compiere sia durante le prove che sul set. Ogni giorno è stato come un riconnettermi a quel buio, anche al mio, a quel buio che tutti noi abbiamo, come esseri umani. Ho riconosciuto quel buio, mi sono connessa con esso e ho avuto modo di giocarci. Grazie a questo personaggio, ho compreso che nessuno di noi è innocente, tutti noi abbiamo dentro dei piccoli mostri. Ho dovuto far affidamento a quel buio, tutto il tempo.

Che conversazioni ci sono state con il regista Mattia Temponi per raccontare il complesso rapporto tra Sara ed il padre?

Mattia Temponi è stato in grande ascolto, durante le riprese del film. Tutto quello che vedi, nel corso della storia, Mattia lo aveva dentro di sé. Si è fidato di ogni reparto e aveva in mente ogni cosa. Sapeva dove stavamo andando. Si è fidato tanto di me e mi ha dato tanta libertà. Per raccontare il complesso rapporto tra Sara e il padre, per la prima volta, ho fatto un vero e proprio lavoro catartico. Per me, Sara rappresenta una sorella minore a cui ho potuto tendere la mano e dire: ”Vai, andiamo. Andrà tutto bene. Ci sono anche io”. E questo ha reso sia me che Sara un po’ più vittoriose invece che vittime.

Credo che emerga molto, nel film, questo bisogno di lottare per poi ottenere la luce.

Sara vince. Ho compreso che non c’è una persona più forte di un’altra. Ma esistono dei meccanismi che funzionano più degli altri. Sara riconosce quei meccanismi, li guarda in faccia e dice: ”Basta, io non voglio più fare la vittima perchè è un posto che non è comodo”. Sara riconosce che tutte le persone sono marce e lo accetta. Possiamo avere dentro del marcio ma poter vincere. Sara si tiene addosso dei segni, nonostante la luce che vede. L’esperienza che vive la cambia, le cicatrici che possiede, rimarranno. Quando vinci, vinci perchè hai combattuto e sei passata attraverso le tue cicatrici e tutta quella roba lì ti rimane addosso.

La tua interpretazione ne Il Nido è molto fisica. Come è stato, per te, comunicare attraverso il corpo ciò che provava Sara?

Posso dirtelo: è stato faticoso per tanti motivi. Amo fare queste cose come attrice. Più mi metti alla prova e mi chiedi di cambiare, più sono contenta. Ho fatto una grande fatica e volevo dare a Sara un aspetto sofferente. Ho lavorato con una nutrizionista per dimagrire perchè volevo avere un aspetto da morta, c’è stato un grande lavoro di squadra anche con le truccatrici. Fisicamente, è stato stancante. L’interpretazione fisica deve partire da una forte emotività. Per me, è stato fondamentale lasciarmi andare in quella forte emotività. Ho lasciato che il mio corpo agisse come voleva. Mi sono fidata delle emozioni perchè quelle agivano sul mio fisico come dovevano. Lasciare andare tutto, abbassare le armi, ha fatto in modo che la magia arrivasse. Quando arrivavo sul set, guardavo Mattia e dicevo: ”Vediamo oggi cosa fa Sara”. Ogni volta, succedeva qualcosa in più. Non ho sempre saputo cosa sarebbe successo con questo personaggio. Questo è il mio modo di lavorare: mi piace molto lasciarmi stupire dai personaggi e dalle storie.

Come è stato collaborare con Luciano Cáceres per costruire la relazione di amore, attrazione ed odio tra Sara e Ivan?

Sara ama Ivan e ne è affascinata. Sara e Ivan si tengono testa. Ho un rapporto bellissimo con Luciano. Abbiamo parlato a lungo al telefono e il giorno in cui ci siamo visti, ci siamo abbracciati ed eravamo commossi. Ancora oggi, ci sentiamo. Luciano è un grande professionista ed ha una grande umanità. Si mette continuamente in gioco.

Quanto è importante mostrare dei generi come il thriller che ti scuotono ma che raccontano molti temi sociali?

Lavorare con un genere così specifico è stato bellissimo perchè puoi dire tante cose che non puoi dire. Puoi dire i non detti e puoi continuare a non dirli e in un modo o nell’altro, arriva tutto. Tante tematiche come la manipolazione e la disparità di genere che percepisci nel film, non sono raccontate ma si vedono. Abbiamo la fortuna di giocare veramente e questo mi ha permesso di fare un grande lavoro. In questo film, ho avuto modo di vivere la recitazione con i suoi giochi. Ci ho creduto così tanto che non vedevo i personaggi come mostri con degli archetipi. Ero dentro a quel mondo e pensavo: ”Ci sono”.

Mi colpisce il modo in cui Sara viene raccontata. Non è una donna a cui non è permesso di arrabbiarsi. Siamo fin troppo abituati a vedere donne che vengono raccontate come ‘pazze’ se solo provano a ribellarsi. Cosa ne pensi al riguardo?

La rabbia di Sara rappresenta una lotta silenziosa che continua  nonostante gli effetti del virus su di lei; è quella forza che le permette di uscire fuori. Sara decide che quella forza le tornerà utile, tutto quello per cui l’hanno criticata e quello per cui i suoi genitori non sono fieri di lei rappresentano tutti quegli elementi che la rendono una vincente. Le donne sono considerate streghe e sono state chiamate in migliaia di modi differenti. In quanto donne, sta a noi dire: tutti questi elementi mi rendono una prova concreta nel mondo. Spesso, tra noi donne cadiamo nel giudizio. Quante volte ci sentiamo in colpa perchè rispondiamo male ad una persona? Sembra una roba tremenda. Eppure non è mai tremendo se qualcuno ci prende in giro, ci urla e ci fa gesti volgari per strada. Siamo più disposte a perdonare i comportamenti sbagliati degli altri piuttosto che i nostri. C’è questa idea assurda per cui dobbiamo essere sempre brave, buone, accondiscendenti, gioiose, felici, materne, accoglienti, intelligenti, belle. C’è tanta pressione. Per una sola volta che sbagliamo, ci condanniamo. Ecco perchè mi sono innamorata del personaggio di Sara: è una stronza e menomale! Ben venga! Credo che sia importante l’ascolto tra uomini e donne. Se ci ascoltiamo, possiamo collaborare tutti insieme. Non conoscerò mai la storia di un’altra persona se non me la racconta. Devo ascoltarla, deve raccontarmela e mi devo fidare.

Hai iniziato a recitare da bambina. Quanto ti senti cambiata come attrice, oggi?

Adesso, sento un grande senso di libertà. C’è questa libertà che mi sto dando, ritornando sempre di più a quella bambina che recitava in Caos Calmo che credeva nelle cose e le faceva. Cerco sempre di ritrovare quella spensieratezza. Sto costruendo un lungo percorso di fiducia. Ho fatto tanta fatica a fidarmi di me, nel corso del tempo, per mille ragioni. Oggi, mi fido un po’ di più e questo mi permette di affidarmi con più saggezza agli altri. Mi fido tanto di più del mio strumento come attrice. Il mio strumento è vivo e ha voglia di vivere. Ho sempre bisogno di esprimermi e di avere un nutrimento costante.

Quali sono stati gli artisti e le artiste che ti ispirano ogni giorno?

Sono una grande fan di mia madre, Lidia Vitale. Sono fan della sua arte. L’ho accompagnata a teatro ed ogni volta che recitava nei panni di Anna Magnani, mi stupiva in un modo diverso. Ogni volta, mi regala qualcosa di nuovo. In ogni progetto, ha una grande dedizione. Mi incoraggia tanto e mi ha incoraggiata nel corso del tempo. Mi ispira non solo per come realizza un progetto, ma per come arriva a quel progetto. Lei è un esempio di vita. Inoltre, amo Natalie Portman. Ho visto il suo percorso e mi ispira tanto. Ammiro Elle Fanning, Greta Gerwig, Lena Dunham, Phoebe Waller-Bridge che sono attrici che si fanno spazio nel settore anche come autrici e che hanno portato in prima persona dei personaggi meravigliosi e contraddittori sullo schermo.

C’è una serie che hai amato da morire nell’ultimo periodo?

Ho amato Maid con protagonista Margaret Qualley e sua madre Andie MacDowell. Una storia meravigliosa. Ho visto questa serie con mia madre e pensavamo che sarebbe bello fare una serie del genere insieme. Margaret Qualley sta costruendo un percorso meraviglioso.

Cosa rappresenta per te la libertà?

Camminare fino in cima ad un monte.

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