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Intervista a Claudia Tranchese: «Ho raccontato Grazia e la sua guerra dei sentimenti»

«Sai, ho scelto un monologo di Antigone per sostenere il provino per l’Accademia Silvio D’Amico. Sono molto legata a questa figura tragica. C’è solitudine nella sua battaglia. Così come lei si batteva, da sola, anche contro il volere di sua sorella, era completamente sola, così anche Grazia è sola. C’è questo bisogno di una degna sepoltura, c’è una battaglia che porta avanti completamente in solitudine e da sola, sceglie volontariamente di morire. Antigone sa a cosa va incontro. Grazia sa a cosa va incontro».

Intervista a Claudia Tranchese

Intervista a Claudia Tranchese: «Ho raccontato Grazia e la sua guerra dei sentimenti»

Bentrovata, Claudia. In questa conversazione, voglio affrontare insieme a te tutte le tappe fondamentali del percorso del tuo personaggio. Sarà un bel viaggio, lo so. Allora, preparati, che si parte. Ci terrà la mano Antigone. Proprio lei. 

Nel primo episodio di Gomorra 5, Grazia chiede qualcosa per la sua famiglia, per suo fratello: ”Quando gliela possiamo dare una degna sepoltura? Li vogliamo solo seppellire in pace”. Il concetto della degna sepoltura è il tema centrale della tragedia di Sofocle. Ma cosa rappresenta la fede per la famiglia Levante?

Per la famiglia Levante scegliere la via della malavita è come abbracciare la fede come una speranza di salvezza; è un po’ come fare i conti con la possibilità della morte e raccontarsi quasi: ‘Ho più possibilità di morte rispetto a chi sceglie la via del giusto e della legalità. Se la morte mi coglierà, Gesù saprà che gli sono stato sempre fedele’. Questo concetto rappresenta un po’ un voler assicurarsi una salvezza nell’aldilà. Nella cinematografia e in Gomorra, è sempre stato esplicitato questo rapporto tra la fede e la malavita. Nel male, l’essere umano tende comunque a cercare una protezione, un punto di riferimento. La fede è un appiglio a qualcosa che può far sentire una persona meno sola.
Grazia proviene da una famiglia molto religiosa. Nei pranzi domenicali in famiglia, si partiva dalla preghiera, dal voler ringraziare Dio per aver avuto la possibilità di sedersi ancora a tavola con tutta la famiglia e di poter mangiare. Nel ringraziamento della domenica si comprende quanto quella famiglia fosse molto tradizionale dal punto di vista religioso. In alcune scene, troviamo Grazia con sua madre che ritorna dalla messa domenicale. E i Levante ci tengono che anche Patrizia rispetti quelle tradizioni.
Quando ho letto la sceneggiatura del primo episodio della quinta stagione, non mi ha stupito che Grazia chiedesse una degna sepoltura per il fratello. Il rapporto con la religione è stato molto forte nella costruzione dei nostri personaggi. L’unico pensiero per Grazia è che il fratello possa ricevere la possibilità di andare nel regno dei morti con il consenso di Dio e venga accompagnato come merita. Per Grazia, il fratello era l’opposto di suo padre. Non l’ha mai visto come un membro di questo sistema. Grazia percepisce il fratello come un’altra vittima che, però, rispetto a lei, aveva avuto più potere. Ma alla fine, ne aveva fatto i conti e ne aveva pagato il prezzo.

In una scena successiva, Grazia pronuncia delle parole che esprimono la sua condizione esistenziale: ”Ho fatto quello che le donne della nostra famiglia hanno imparato a fare meglio: stare in silenzio con la testa abbassata’‘. Quando è andato in onda quel momento, una mia amica mi ha scritto che quelle parole risuonavano nella sua testa continuamente, senza sosta perchè rappresentano la condizione di molte donne inascoltate che esistono lì fuori, nel mondo.

Quella frase rappresenta molto il suo modo di essere stata parte di quella famiglia. Descrive la sua vita. Attraverso quelle parole dolorose sembra quasi dire ai suoi fratelli: ‘Vi ho dato quello che volevate. Voi volevate una donna del genere’. In quella scena e in tanti altri momenti, tu percepisci che Grazia si sta trattenendo. Percepisci nei suoi occhi che lei vorrebbe altro. Ho sempre avuto questo sentimento contrapposto nell’interpretare Grazia perchè da un lato c’era la voglia di mostrare che all’interno combatteva mille battaglie e all’esterno c’era questo atteggiamento che poteva risultare passivo, di colei che subisce e basta. Molto spesso, mi sono chiesta: ‘Chissà se allo spettatore arriva soltanto l’immagine di una ragazza che non è in grado di ribellarsi’.
Molti, all’inizio della quinta stagione, mi scrivevano che si aspettavano che, in qualche modo, Grazia agisse. E allora lì ho capito che non era stata percepita come un personaggio passivo. Era un personaggio che subiva ma non passivamente. Si capiva che dentro di sé nascondeva degli istinti che era costretta a reprimere. Quella contrapposizione non era molto facile da portare in scena. Era difficile far capire tutto il mondo che Grazia si portava dietro. Volevo raccontare un personaggio che doveva portare in scena una guerra di sentimenti. Temevo che questo dualismo non arrivasse agli altri. Invece, sono contenta che sia arrivato tutto…

Mi piace questo concetto di ”guerra dei sentimenti” che hai donato a Grazia. Ho apprezzato molto, anche, il vuoto fisico che hai portato all’interno di questo personaggio quando ha dovuto affrontare il lutto, la morte, il dolore. Nel modo in cui questa giovane donna cammina, sembra quasi dirci: ”Il mio corpo si muove, cammina ma io all’interno non ci sono più”.
Era passato un po’ di tempo dalla quarta stagione, quando io e Marco D’amore ci siamo rivisti, ci siamo chiesti come ha reagito Grazia al dolore. Poteva reagire con rabbia, diventando qualcosa che tutti si aspettavano. Poteva agire con una rabbia che reprime, per l’ennesima volta perchè sa di non poter avere gli strumenti per poterla combattere, per poterla sfogare in un altro modo. In entrambi i casi, c’era la rabbia per la perdita della sua famiglia. Ma come si elabora quel lutto? Marco mi diceva: ”Tutti si aspetteranno una vendetta ma noi dobbiamo raccontare di una Grazia così svuotata che non riesce nemmeno ad alzarsi dalla sedia”. Grazia non è i suoi fratelli. I suoi fratelli si sarebbero svegliati il giorno dopo con la voglia di uccidere tutti. Grazia, invece, si è svegliata con la voglia di morire e basta.
Per raccontare come si fosse svegliata il giorno dopo, senza più la voglia di avere a che fare con questo mondo, per lei, crudele e ingiusto, era importante iniziare a farlo percepire già dall’atteggiamento, dal modo in cui si siede sulla sedia nel corridoio, davanti all’ufficio del magistrato, dal modo in cui entra in macchina dei fratelli e si appoggia, guardando fuori dal finestrino, lontano da quei fratelli che la obbligavano ancora ad essere qualcosa che lei non era. Il lavoro con il corpo è stato costruito insieme a Marco, è stato fortemente voluto un approccio di totale abbandono al dolore. Come se si fosse stancata anche di dover avere una maschera, quella della persona ubbidente che non poteva mostrare di star male o di star bene. In lei c’era una repressione costante di sentimenti mentre in questi episodi c’è un abbandono al dolore che si avverte dai vestiti, dai capelli sciolti, per la prima volta. Mentre i suoi fratelli possiedono ancora una sete di vendetta, Grazia non la possiede, non è questo il suo linguaggio.

 

E infatti, nelle puntate successive, Grazia esprime in modo evidente il linguaggio che possiede. C’è una scena in cui si trova in macchina con O’ Munaciello dove mostra un desiderio di normalità ma anche di profonda umanità. Grazia chiede a quell’uomo: ”Vorrei un gelato”.

Quella era una scena che Marco amava particolarmente, mi diceva: ”Questa scena è l’espressione di quella bambina che non si è mai potuta permettere di essere”. Quando Grazia dice: ”Vorrei un gelato”, è come se avessi dato voce ad un desiderio di semplicità. Quel gelato è la cosa più normale che una bambina chiede quando esce fuori di casa. Rappresentava uno spiraglio di normalità, anche di spensieratezza, Si parla sempre di attentati, di concordare il prossimo attacco mentre in questa scena, si parlava semplicemente di un desiderio normale. Quella richiesta era la gratificazione per essersi sentita dire una parolina potente, che mai aveva sentito prima, come ‘Scusa’. Infatti, dice all’uomo che ha davanti: ”Nessuno mi ha mai chiesto scusa, nella mia vita”. E in quella frase è come se dicesse: ”Sei una persona che non vuole attaccarmi. Mi fai sentire su un terreno sicuro. Quindi, se sono al sicuro, mi sento sicura di potermi esporre e dirti un mio desiderio”. Ecco, in quel caso, per me, Grazia si è messa a nudo”. In quel ”vorrei un gelato” c’era una richiesta di ascolto.

Intervista a Claudia Tranchese: «Ho raccontato Grazia e la sua guerra dei sentimenti»

Tornando alla frase ”Nessuno mi ha mai chiesto scusa nella mia vita”. Ecco, cosa rappresenta, per te, quel pensiero? Cosa c’è dentro quelle parole?

Sai cosa ci vedo? La motivazione per cui Grazia ha sempre amato suo fratello Mickey, che era l’unico che, nella sua vita, le aveva mostrato un atteggiamento umano. Stiamo parlando di umanità in una famiglia in cui Grazia era costretta a chiedere il permesso prima di parlare. Era quella che restava in cucina a preparare il caffè mentre gli altri parlavano di cose importanti. Non è mai stata un essere umano con un potere decisionale. Se qualcuno, per la prima volta, ti chiede scusa vuol dire che ti sta riconoscendo. Ecco, lei non si era mai sentita riconosciuta. Si era sempre sentita un oggetto nelle mani di una famiglia che l’aveva messa al mondo. Era semplicemente una vita umana da portare avanti. Quella frase di Grazia mi apre un sacco di mondi. Quella frase rappresenta l’essere finalmente vista, l’essere finalmente riconosciuta. In un certo senso, Grazia pensa: ”Qualcuno mi sta vedendo e addirittura mi sta chiedendo scusa”.

E sai cosa penso? Per Grazia in quel momento non ha importanza chi le sta chiedendo scusa ma che le arrivi quella frase.

Esatto, la cosa importante è che qualcuno le chieda scusa. Di quell’uomo non le interessa nulla. Ma sente che qualcuno, per la prima volta, la sta guardando e le sta chiedendo scusa e quindi, vuol dire che l’ha vista e ha percepito una richiesta di aiuto. Ecco, è questo che scatta in lei. Qualcuno si è accorto che Grazia esiste, che ha dei bisogni, che non è solo quella che vogliono far credere. Che ci sono delle possibilità. Sai, è stato doloroso ricevere dei messaggi e delle lettere in cui molte ragazze si sono sentite rappresentate dal personaggio.

Guardare un personaggio come Grazia sullo schermo, ti pone mille domande. Ti chiedi: ”Forse voglio qualcosa di diverso? Forse voglio andare via da questa casa, da questo posto? Non voglio più essere poco ascoltata”. Ecco, perchè amo che i personaggi, all’interno delle storie, ti diano l’occasione di riflettere sulla tua vita.

Vedere un personaggio come Grazia, ti fa fare i conti con te stessa. Porta alla tua attenzione qualcosa che rimandi durante la tua quotidianità, qualcosa che puoi mettere da parte per cercare di non pensarci. Ma quando vedi che qualcuno sta vivendo la tua stessa situazione, è come se ti chiedessi: ”Aspetta un attimo, ma quindi posso fare qualcosa?”.

Nel quinto episodio, Grazia è arrivata al punto finale della sua vita e pronuncia delle forti parole verso O’ Munaciello: ”Sei uguale a tutti gli uomini che ho incontrato nella mia vita. Alla prima occasione, ti avrei ucciso per sentirmi finalmente libera. Mi fai schifo”. Mentre Antigone, nella tragedia di Sofocle, afferma: ”Sapevo bene – cosa credi? – che la morte mi attende. Ma se devo morire prima del tempo, io lo dichiaro un guadagno: chi, come me, vive immerso in tanti dolori, non ricava forse un guadagno a morire?”

In entrambe, c’è una scelta consapevole della conseguenza. C’è un’accettazione della sorte che le aspetta. Entrambe sanno dove stanno andando a finire. Però, queste due donne pensano che quel prezzo sia comunque inferiore alla soddisfazione di realizzare il loro bisogno. Antigone vuole dare una degna sepoltura a suo fratello. Grazia vuole liberarsi per la prima volta da queste catene che non sono immaginarie ma reali. Queste due donne vanno verso la morte. Grazia è in uno stato di liberazione dove non solo la morte è una liberazione, ma c’è una liberazione anche nel fatto di aver potuto pronunciare tutte quelle parole, di aver potuto sputare in faccia ad una persona, con sincerità, quello che provava. Quella sincerità avrebbe sempre voluto usarla in altre occasione. Dire quella frase, in quel momento, equivale anche a dirla a tutti gli uomini che nella sua vita l’hanno dominata. In quella scena, Grazia sorride in modo velato e fa molto male quel gesto. Perché è un sorriso accennato di chi non ha più paura di morire. Grazia vince la sua battaglia. Sono molto contenta di come sono stata guidata nella costruzione di quella scena, del lavoro che abbiamo fatto tutti insieme di ascolto, di esplorazione. Non avevo mai conosciuto Carmine Paternoster prima delle riprese di Gomorra. Quando abbiamo girato quelle scene, è stato bello anche non conoscerlo abbastanza in modo che si trasmettesse una sorta di liberazione per Grazia davanti ad uno sconosciuto.

Inoltre, Antigone pronuncia queste parole: ”Affrontare questa fine è, quindi, per me un dolore da nulla. Di questa mia sorte, dolore non ho. E se mi sembra che mi comporto come una pazza, forse è pazzia chi di pazzia mi accusa”.

Ritrovo così tanto di queste parole in Grazia. Se Grazia avesse accettato di restare in vita, la sua scelta avrebbe significato accettare un ulteriore patto in cui era nuovamente sottomessa da un’altra persona. Restare in vita significava iniziare una nuova battaglia, fatta di sentimenti di repressione, di personaggi differenti in cui i ruoli erano sempre gli stessi. Grazia non amava O’Munaciello. Non voleva creare un altro schema, uguale a quello dove era nata e cresciuta.
Amo questo parallelismo con Antigone. Figure come Antigone, Didone, Penelope sono delle figure che hanno preannunciato dei meccanismi in cui possiamo riconoscerci tutti. Sono delle figure che ritornano nell’arte ma anche nella quotidianità. Siamo state tutte Antigone, Didone, Penelope nelle nostre vite. Quelle donne che scelgono, che omettono per proteggere, che dicono bugie per difendere, che fanno finta di fare qualcosa e tramare altro soltanto per amore. Ci sono così tante sfumature di queste donne in noi. A seconda del percorso personale di ognuna di noi, troviamo degli appigli simili nella vita. E non vuol dire aver vissuto necessariamente quella storia lì, ma toccare dei punti che ti hanno fatta sentire in un determinato modo, è devastate. La forza del cinema e dell’arte, in generale, è quella di avere il potere di arrivare a tutti. E poi, ognuno, a seconda del proprio vissuto, riesce a cogliere delle cose che sente più vicine alla propria esperienza personale. Per me, è bello poter vedere come lo stesso messaggio, in ognuno di noi, possa avere degli effetti differenti. Oltre i contesti, oltre alle figure e ai personaggi che si raccontano, quello che viene veicolato è il sentimento, sono le emozioni: è quello che hai provato. E quello che hai provato, puoi adattarlo a qualsiasi contesto, lo puoi provare in qualsiasi caso. I sentimenti sono il collante tra le persone, l’empatia ci unisce, in qualche modo. L’emozione e la fluidità di cose provate ci uniscono e ci allontanano e ci mettono, comunque, in relazione.

Intervista a Claudia Tranchese: «Ho raccontato Grazia e la sua guerra dei sentimenti»

Volevo parlare con te dell’addio che hai dovuto dare a Grazia. Ma non mi piace l’idea di dover dire addio ad un personaggio. Penso che i personaggi che racconti restano lì nel tuo cuore, in un cassetto chiuso a chiave e che ogni tanto riapri.

I personaggi che hai portato con te non vanno via mai. Quando, però, porti in scena la morte di un personaggio diventa quasi tutto catartico. Credo che sia diverso salutare un personaggio con un lieto fine perchè, in quel caso, gli restituisci un buon saluto. Gli dici: ”Abbiamo fatto un bel percorso insieme. Ti saluto, ti porto con me e sorriderò, ogni volta che ti penserò. Ciao”. Non avevo mai raccontato una morte, fino ad ora. Nel caso di Grazia, in cui la morte è sì, data da qualcun altro ma è anche una morte cercata, è stato molto pesante da smaltire emotivamente. Non era soltanto un saluto che le stavo dando. Per ogni personaggio, continuo ad avere quei sentimenti addosso. Più che altro, per la morte di Grazia, ho pensato molto a come potermi liberare dal peso emotivo di quella scena.
Basta che apro la galleria del cellulare, sfoglio le foto e mi risale addosso tutto quello che ho vissuto con Grazia.

In un’intervista, Anya Taylor-Joy ha dichiarato: ‘‘È molto doloroso per me lasciare andare i personaggi, anche quelli non mi piacciono molto. Alla fine, è dura perché passo più tempo ad essere loro che me stessa”. La pensi anche tu così?

Apprezzo molto quando le attrici si mostrano con una sincerità, senza veli. Ci sono dei meccanismi molto intimi che entrano in ballo. I rapporti che hai con i tuoi personaggi sono dei legami privati. Quando ci fai entrare qualcun altro in quel rapporto, è sempre importante. Se lo fai nel modo giusto, diventa una forma di rispetto verso il tuo lavoro e di stima verso il giornalista che ti sta intervistando perchè lo stai facendo entrare in qualcosa di così privato a cui, solitamente, non fai accedere nessuno. Con il tuo personaggio, crei una sorta di spazio privato. Affronto il mio lavoro con grande passione, con un intenso coinvolgimento emotivo. La dichiarazione di Anya mi sembra sincera, si è messa a nudo e ci ha detto: ”Sì, soffro tantissimo”. Non ha avuto vergogna a dirlo. Mi ritrovo nelle sue parole. Ci sono dei personaggi che rappresentano la complessità dell’essere umano. Quando i personaggi sono ben raccontati, vuol dire che sono anche molto verosimili. Siamo fatti di sfumature e di livelli, non tutti i livelli vengono mostrati. Quando un personaggio è ben scritto ed ha tante sfumature, sembra quasi che diventa una persona con cui hai a che fare e di cui tu ti prendi cura. Diventi la portavoce di quel personaggio, lo mostri agli altri tramite il tuo di corpo. Qualcuno ti dice come vorrebbe esprimersi quel personaggio, ti regala le battute, ma tu offri il tuo corpo come strumento. Alla fine, ci sei tu in quel ruolo. Sei tu che vai a dormire, ogni sera, con quel personaggio. Sei tu che te la porti dietro quella donna nell’esperienze che fai. Sei tu che vivi e rapisci dei momenti della tua quotidianità per lei. Metti al servizio la tua vita per lei. L’ho sempre pensato. Non riesco ad avere un altro approccio con i personaggi che incontro.

Ufficio Stampa Amendola Comunicazione 

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