Interviste

Intervista a Maria Vera Ratti: «Attraverso il mio lavoro spero di celebrare le differenze tra gli esseri umani»

Quando penso a Maria Vera Ratti e alla sua arte, mi viene in mente una frase di Saoirse Ronan per descriverla: «C’è qualcosa di meraviglioso nel fare questo tipo di lavoro che fa parte di te perché puoi dargli tutto quello che hai. E ti restituisce così tanto. Diventi migliore. Diventi una persona migliore».

Maria Vera è una cittadina del mondo, ogni angolo della natura è parte del suo modo di raccontarsi, del suo modo di afferrare i personaggi che incontra, le storie che racconta. Nella nuova stagione de I Bastardi di Pizzofalcone, in onda su Rai 1, è Elsa. Allora, adesso mi fermo qui, ad ascoltarla mentre parla di questa donna che l’ha attraversata, di questo lavoro che non smette mai di sfidarla, di questa umanità che la stupisce continuamente.

Come si fa a raccontare una donna come Elsa che porta con sé un bagaglio ed un peso enorme con cui fare, quotidianamente, i conti?

Per me, è stato molto difficile raccontare una donna dal passato e dal presente molto diversi dal mio. Elsa ha trentacinque anni, la condizione di potere in cui si trova è una condizione che io non ho. Sono nel mondo del lavoro da pochi anni. Sono andata a cercare me stessa che è qualcosa che faccio ma relativamente, di solito. Mi affido alla sceneggiatura e alla scrittura del personaggio per dare una forma alla persona che vado ad interpretare. Per Elsa, mi sentivo spaventata ed anche esteticamente lontana da una donna del genere. Tutti i reparti mi hanno davvero aiutata molto. Per raccontare l’esteriorità di Elsa, il suo peso, la sua posizione ed il suo potere, ho cercato di parlare con tante persone che lavorano in polizia. Tutto mi è stato molto utile. Mi hanno detto: ‘Guarda, è inutile che ti preoccupi di queste cose. In realtà, è molto bello ed interessante vedere che viene rappresentato un personaggio del genere’. In polizia, ci sono molte donne giovani e preparate che hanno studiato ed hanno un grado molto alto, ma poca esperienza. Hanno una grande passione e vorrebbero fare tante cose ma non avendo esperienza, sembrano un po’ delle teste calde che vanno gestite. Ed è un po’ quello che succede ad Elsa all’interno della serie. Ho giocato molto sul suo temperamento, sul suo carattere e sul rapporto con Lojacono. Parlando del suo passato doloroso, invece, posso dirti che c’è stato un lavoro di empatia. E forse, è stato molto più semplice da raccontare. C’erano tanti tasti che ho potuto toccare. Nonostante io non sia una madre, mi sono avvicinata alla sua maternità. C’è un lato del mio carattere che risponde tanto a determinati tasti umani e di protezione verso le donne.

Come ti sei preparata per le scene d’azione?

Sono entrata nel progetto due giorni prima che iniziassero le riprese. Elsa è molto reattiva, pronta all’azione, volevo interpretarla al meglio. Sono stata seguita dalla coach Daniela Tosco che mi ha dato molti spunti interessanti per lavorare sulla fisicità di Elsa. Era la prima volta che lavoravo, in così poco tempo, su una fisicità dinamica. Questo elemento mi ha aiutata a dare il colore che volevo al personaggio, il tipo di essere umano che volevo mettere in scena. Abbiamo lavorato molto per mantenere una fisicità forte.

©Anna Camerlingo

A dirigere questa stagione de I bastardi di Pizzofalcone c’è Monica Vullo. Mi racconti la vostra collaborazione artistica?

Monica è la prima regista donna con cui ho lavorato. Quando sono stata presa per il ruolo, ci siamo incontrate a Napoli e abbiamo letto insieme le sceneggiature. Abbiamo discusso tantissimo sul personaggio, è stata molto disponibile a parlare del mio ruolo. Ogni volta che sentivo di avere una perplessità, aveva il desiderio di riflettere su Elsa. Insieme, abbiamo trovato la chiave per raccontare questo ruolo. Per me, è stato molto interessante. Come regista e come persona, Monica Vullo è una regista dinamica. Da quello che ho osservato, nei mesi di set, il suo talento esce fuori al meglio quando lavora con velocità e forza. Tutto funziona in maniera fluida, intorno a lei. Ha bisogno di reattività e dinamicità sul set. Per la prima volta, ho interpretato una vera adulta. Tutti i ruoli che ho fatto fino ad ora sono sempre stati di ragazze adolescenti oppure mie coetanee. Elsa, invece, era proprio una donna e quindi, era richiesta una velocità, una rapidità e soprattutto una stabilità diversa, per me.

©Anna Camerlingo

Di questa serie, apprezzo il grande realismo che viene dato alla storia. Il pubblico riesce a guardare dei personaggi reali e imperfetti. Ecco, in che modo ti sei avvicinata a questa imperfezione e al bisogno di mostrare e raccontare una persona che fallisce, che vuole migliorare il mondo che ha intorno?

Questa è la cosa che più mi piace dei personaggi, in generale. Gli esseri umani sono pieni di contraddizioni. Tutte le persone che incontriamo sono un po’ frammentate, anche se in modo diverso. Ci sono sempre delle forze contrastanti che muovono i personaggi. Elsa è un bellissimo personaggio proprio per questo, perché è una donna estremamente contraddittoria con se stessa e nel modo in cui agisce. Il suo peso e la grande mancanza che ha avuto rappresentano un po’ la sua maledizione. Reagisce al suo trauma in una maniera eccessiva. Viene ulteriormente allontanata. Da bambina non è stata creduta e adesso, ricerca costantemente la fiducia. Vuole essere creduta. Il suo modo di reagire a questo grande trauma fa sì che nessuno le dia davvero fiducia. La seguono perché è una figura professionale con un grado alto, ma di fatto non riesce a guadagnarsi la fiducia delle persone che ha intorno. Lojacono è un po’ il suo specchio. Rappresenta una figura molto simile a lei con un enorme fiuto e un trauma da portare con sé. Lui ha più esperienza, è più equilibrato ed è molto bravo con le persone, a differenza di Elsa che risulta materna e protettiva con le donne perché si rivede in tutte loro, ma in generale non è bravissima con le persone. In più, Napoli, a primo impatto, la spaventa, la indurisce e la fa diventare aggressiva, ma non è una donna cattiva.

Nei mesi scorsi, ti abbiamo apprezzata ne ‘Il Commissario Ricciardi’. Ho trovato il tuo personaggio molto accogliente. Ti avvolge, in un certo modo. Cosa ne pensi del suo essere?

Lavorare su questo personaggio è stato molto bello. Al contrario di Elsa, ho avuto molto tempo per riflettere sul ruolo però questa rappresentava una delle mie prime esperienze lavorative, il mio primo ruolo trasversale, così presente. Ho lavorato molto sull’ingenuità e sui buoni sentimenti. C’è una frase di Enrica che rappresenta una delle mie preferite. Rosa dice ad Enrica: ‘Sono una persona semplice e tante cose non le capisco’. Ed Enrica le dice: ‘Voi siete una persona buona e le persone buone capiscono tutte’. Per me, Enrica è estremamente saggia nonostante i suoi anni, è molto connessa con la sua etica, i suoi buoni sentimenti, con la sua morale e la sua coscienza. Ho puntato sulla sua purezza, su una dimensione degli affetti alla quale lei presta tantissima attenzione, rappresenta il fulcro della sua vita. Non vive pienamente nel mondo, essendo una ragazza borghese di quegli anni, ha un carattere chiuso ma ha un affetto e una cura per tutto ciò che la circonda, per le persone che le sono più vicine.

Pensavo ad una domanda che può far riflettere sia me che te: come pensi che stia cambiando la narrazione femminile all’interno dei film e delle serie? E come la vivi questa trasformazione da giovane attrice del 2021?

Negli ultimi anni vedo, anche grazie ad un’onda femminista che finalmente ci accompagna, sempre più ruoli di donne forti, al potere. Bisogna, però stare molto attenti. Secondo me, la fragilità di una donna non è un segno di assenza di forza. Le donne vanno raccontate in tutte le forme. Credo che sia importantissimo poter raccontare donne che, finalmente, sono al potere; è importante raccontare storie di donne in crisi con la propria femminilità, come può esserlo Elsa perché ce ne sono e perché sicuramente anche una parte di me e di noi è in crisi. Ho amato interpretare e raccontare una donna che non si cura e se si cura lo fa sempre per essere professionale, mai per essere femminile. Mi è capitato di vivere, sicuramente, un periodo di crisi con la mia femminilità. Non va fatta di tutta l’erba un fascio. Raccontiamo tutte le donne. Una donna estremamente femminile non vuol dire che sia una donna superficiale o poco forte. Il vero maschilismo è dire che tutto ciò che è femminile, in realtà è qualcosa di superficiale. Mentre tutto ciò che si avvicina alla mascolinità è un segno di forza. Non è così, per me. Le donne devono essere celebrate in tutte le forme, in tutte le forze e in tutte le fragilità che possiedono.

Recentemente, ho visto Angel Face con protagonista Marion Cotillard. Interpreta una donna con i brillantini sugli occhi, si tinge i capelli di biondo, è sempre truccatissima. Marlène, il suo personaggio, è una donna sulle righe, un personaggio lacerante. Marion è un’artista di una grande cultura, di un talento straordinario ed ha dato vita ed anima a questa persona che io ho amato, nonostante faccia delle cose orribili. Quindi, è importante raccontare gli esseri umani con tutte le loro contraddizioni, senza giudizio. Dobbiamo metterli in scena per far sì che le persone possano empatizzare con questi esseri umani e non vederli più come ragazze o donne, ma semplicemente come ‘esseri umani frammentati’. Alcuni hanno i capelli lunghi e i tacchi a spillo, perché si sentono a proprio agio così. Alcuni, come me, escono magari in tuta.

©Anna Camerlingo

Nell’ultimo anno abbiamo visto tante giovani attrici internazionali emergere. Penso ad Anya Taylor-Joy, Daisy Edgar-Jones e Shira Haas; è confortante per te constatare quanto spazio ci sia per i progetti che hanno come protagoniste le tue coetanee?

Mi conforta molto tutto questo. C’è tanta voglia e bisogno di vedere delle protagoniste che sono delle donne ma sono delle persone interessanti che vogliamo conoscere. Non sono semplicemente la fidanzata, la sorella, la moglie, la figlia del protagonista. Sicuramente sono ruoli anche belli da raccontare, fino a poco tempo fa ricevevo ruoli del genere anche io. Ascoltando le interviste di attrici internazionali, ho capito che anche loro hanno vissuto questa sensazione: ci sono state delle fasce d’età che non venivano raccontate. E dovevi semplicemente essere la figlia, la fidanzata, la sorella. Invece, c’è tanto bisogno di vedere le protagoniste al centro di un progetto. Ci sono serie che sono state seguitissime, nell’ultimo anno e sai perché? Perché è bello scoprire l’universo, conoscere quello che c’è nella testa di una ragazza. C’è un grande bisogno di raccontare la nostra fascia d’età con sincerità, senza trasformarci in delle sagome. Siamo delle persone. Adesso che vediamo sullo schermo delle protagoniste femminili, riusciamo a riconoscerci in esse.

Ecco, in quale essere umano ti sei riconosciuta, guardando una serie?

Ho visto Unorthodox con protagonista Shira Haas ed è stato tutto bellissimo. Ti chiederai: cosa hai in comune con Esther, una ragazza cresciuta a Williamsburg? Nulla, forse. Ma la sua storia ha toccato delle mie corde personali perché rappresenta una storia di crescita, rappresenta la storia di una giovane donna che trova la sua passione in un’età che è estremamente importante e di trasformazione, un’età dove tutto è possibile. Rischia tutto, va contro la sua famiglia pur di andare incontro a quella che è la sua vocazione. Per me, è qualcosa di condivisibile con qualunque ragazza che vive in qualsiasi parte del mondo. Le hanno dato uno spazio ed uno spessore meraviglioso. Qualche anno fa, era così raro trovare ruoli così complessi e sinceri per una ragazza.

Quali sono i film o le serie che, nell’ultimo periodo, hai guardato e adesso, porti con te?

Quest’anno, ho lavorato tanto e tutto quello che guardavo era funzionale ai miei lavori. Ho fatto un horror, ho dormito per mesi con la luce accesa perché ho visto tutti gli horror che potevo guardare. Dopo l’horror, ho realizzato un film in costume e ho cercato di guardare tutto quello che c’era da guardare sulla Napoli degli anni ’60. Ho visto così tante cose che mi toccano. Ho amato il film Leaving Las Vegas. Parlando di serie, mi sono piaciute tanto: Unorthodox e Ozark.

Ho visto ultimamente Nomadland e mi sono confrontata con tanti amici. Sia esteticamente che umanamente, l’ho apprezzato tanto. Racconta una parte del mondo che mi interessa e che mi piacerebbe raccontare. Ma soprattutto, mi ha toccato guardare questa donna che supera il suo trauma nell’unico modo che trovava possibile. Quando la vita ti mette di fronte ad un dolore, tu non puoi che reagire alla vita, stravolgendola. Anche se questo ti porterà a viverla in maniera scomoda e dolorosa. Non si può tradire il dolore, è bello superarlo ma a volte, quando ti colpisce in maniera profonda e senti che una parte di te non c’è più, hai bisogno di trovare un’altra strada. E questa cosa mi ha fatto molto riflettere anche sul fatto che qualunque tempo abbiamo con le persone che amiamo, è prezioso.

So che ami molto Saoirse Ronan. In cosa ti senti vicina alla sua persona e alla sua arte?

Mi sento così vicina a lei, è una nostra coetanea. Saoirse Ronan mi sembra estremamente profonda nel modo in cui si approccia ai personaggi che interpreta. Li tratta come esseri umani. Ha un punto forte: l’empatia. Arriva empaticamente a toccare dei tasti estremamente personali ed intimi, raccontando persone che magari possono sembrare lontane. Mi piace il modo in cui si destreggia con gli accenti, è qualcosa che anche a me appassiona molto. In tutto quello che fa, la trovo estremamente misurata. Saoirse è intensa, potente, è radicata in una reale sincerità. Mi commuove molto, la considero un’anima ricettiva nei confronti di tutti i ruoli che interpreta.

Nel mio cuore, c’è Lady Bird, un film che parla di me in maniera molto intima, nonostante lei sia cresciuta a Sacramento ed io a Napoli. I contrasti di Christine sono molto simili a quelli che ho vissuto io da adolescente: la sua goffaggine, la sua ricerca, il suo dolore, il suo senso di inadeguatezza, legato al suo senso di destino. Tutti questi elementi li ho riconosciuti nella ragazza che sono stata e mi hanno portata a trovare la mia passione, il mio lavoro. C’è una grandezza immensa in quel film che è diventato estremamente universale.

Chi sei e chi sarai in futuro, Maria Vera?

Sono una ragazza napoletana. Sono cresciuta a Napoli ma anche un po’ in giro per il mondo. Sono un po’ figlia di questa generazione dove il tempo e lo spazio sono compressi. Un giorno, ti trovi ad Amsterdam, il giorno dopo a Napoli, in cucina con tua madre. Sono figlia di questa generazione, nel bene e nel male. Chi sarò? Spero di riuscire a trasformare tutto il mio passato, tutti i miei incontri, tutto quello che ho recepito, in qualcosa che unisca le persone, che possa aiutarmi a raccontare gli esseri umani e a renderli condivisibili. Voglio stimolare e allenare la mia empatia e anche quella di chi mi guarda. Spero di aiutare a celebrare le differenze tra gli esseri umani.

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