Interviste

Intervista a Francesco Patanè: «Voglio poter abbracciare gli esseri umani che interpreto»

Quando Francesco Patanè è stato scelto per interpretare il ruolo di Andrea in Ti mangio il cuore, il film diretto da Pippo Mezzapesa, è iniziato un viaggio incredibile verso luoghi profondi. Il giovane artista ha affidato la sua mano a quel complesso personaggio e si è lasciato condurre in una vera e propria discesa agli inferi. Perché, con dedizione e coraggio, Francesco Patanè sceglie ogni giorno di raccontare gli esseri umani, di abbracciare le loro luci e le loro ombre, di attraversare i loro dolori e le loro azioni, di conquistare uno spazio ed un tempo in cui poter cambiare, crescere, evolversi.

Francesco Patanè
Paolo Palmieri

Benvenuto, Francesco. Partiamo dall’inizio, mi racconti come sei entrato a far parte del film Ti mangio il cuore?

Sono entrato a far parte del progetto in modo molto classico: tramite provini. Non pensavo che potessero prendere proprio me perchè il film sarebbe stato girato in foggiano. Sono andato al provino, dopo aver studiato il foggiano e pensando che avrei semplicemente ”provato”. E poi mi hanno preso. Ero senza ansie e senza preoccupazioni. Credo che quando hai zero aspettative, un provino va meglio e riesci a dare anche di più come attore. Dopo tre provini, ho fatto un quarto provino con Elodie e si è subito creata una bellissima intesa, un bel gioco di sguardi, uno scambio di contenuti profondi che ci scambiavamo anche durante le scene (i sottotesti, come li chiamiamo noi). Quando mi hanno affidato questo ruolo e ho letto tutta la sceneggiatura, ho pensato: ”Stiamo per fare qualcosa di veramente complicato e profondo”. Ti mangio il cuore è una storia a tinte forti, sia nell’amore che nella violenza. Si raccontano passioni importanti, con temperature molto alte, sia nel bene che nel male. Quando ho realizzato tutto, mi sono detto: ”Qui, c’è un grande lavoro da fare su questo personaggio, sotto tanti punti di vista: dal dialetto al modo di gestire il corpo, il comportamento fisico”. L’arco narrativo di Andrea ha un’evoluzione importante. Inizia in un modo e finisce in un modo completamente diverso da ciò che si poteva aspettare. Per me, è stata una bella sfida.

In che modo ti sei confrontato con il romanzo di Carlo Bonini e Giuliano Foschini, da cui il film è liberamente tratto? Quali conversazioni ci sono state tra te e il regista Pippo Mezzapesa per costruire il tuo personaggio?

Il regista mi ha consigliato di leggere, prima di tutto il libro, che è un romanzo d’inchiesta e descrive perfettamente i luoghi, le zone, le temperature e le atmosfere che abbiamo restituito nel film. Il libro è stato fondamentale per crearmi un’idea del personaggio, visto da fuori e in che contesto, in quale mentalità, società e cultura, era inserito. La storia che raccontiamo è ripresa dalla realtà e di inventato c’è davvero poco. Quando ho letto la sceneggiatura, ho pensato subito a Romeo e Giulietta e pensavo che non esistesse un’altra storia d’amore così perfetta a livello drammaturgico. E invece, c’è un capitolo del libro dove puoi leggere quella storia. Inoltre, abbiamo inserito nella pellicola altri elementi importanti di cronaca, che erano stati raccontati nel libro. Abbiamo mostrato uno spaccato di ciò che è realmente successo.

Che valore ha avuto, per tutti voi, raccontare questa storia e le sue dinamiche attraverso l’utilizzo del bianco e nero?

Credo che, a livello stilistico, sia stato molto giusto raccontare Ti mangio il cuore in bianco e nero, con grande eleganza. Questo è un film di sangue, di crudezza e di terra. Il bianco e nero riesce a conferire eleganza anche alle situazioni più sporche. Per quanto riguarda il mio personaggio, credo che Andrea abbia dentro di sé molte sfumature in bianco e nero. Deve scegliere da che parte stare. Il bianco e nero è anche una metafora giusta per raccontare questi personaggi che sono tutti così difficili da giudicare. Hanno tanto bianco e tanto nero. Sono le scelte che li determinano. C’è uno scambio bello tra i personaggi e la scelta stilistica del bianco e nero.

Nelle ultime settimane, hai dichiarato che per interpretare il tuo personaggio, sei andato insieme a lui fino in fondo. Ecco, vorrei parlare insieme a te di questo viaggio di discesa agli inferi.

Per me, è stato davvero un viaggio di discesa agli inferi. Ed è per questo che faccio l’attore. Credo che sia bello, come artista, poter abbracciare l’essere umano che stai raccontando, abbracciarlo fino in fondo. Voglio vestire i panni di un personaggio e raccontarlo in prima persona. Non voglio citarlo per raccontare la sua storia in terza persona. Devi avere negli occhi le stesse immagini che vede lui. Dentro ai suoi occhi, devi riuscire a restituire quella sua stessa direzione. Se stai costruendo una scena di odio, devi riuscire a portarti quella ferocia, quella luce e per farlo, ci devono essere delle cose che devi fare, come studio. Devi sostituire qualcosa di tuo, documentarti, vedere immagini sgradevoli dei fatti che sono realmente accaduti, per poter, ad un certo punto, riuscire ad essere un’altra versione di te in quel contesto lì senza dare un giudizio. E questa è la parte più difficile. Quando interpreti un personaggio che diventa negativo, la prima cosa che ti viene da fare è quella di giudicarlo. Come attore, devi sospendere quel giudizio. Durante il percorso del personaggio, devi essere al suo fianco. Devi essere dalla sua parte. Qualsiasi scelta che compie, devi condividerla. Quella è la parte più dolorosa. Quando ne esci fuori, provi quasi ribrezzo per quello che sei stato in quei momenti, nella cornice di finzione che c’è quando fai un film. A livello umano, devi portare della verità.

Francesco Patanè
Paolo Palmieri

Riuscire ad interpretare un personaggio, incontrarlo, attraversarlo, non giudicarlo. Per un attore, quanto è importante, arrivare a costruire tutto questo percorso, sospendendo il giudizio?

Sai, penso che sia importante non solo come attore ma anche come persona. Giudicare è fondamentale ed è anche sano perché ti permette di dividere ciò che è buono da ciò che non è buono per te e per gli altri. Sospendere il giudizio ti permette di separare le fasi. Ti permette di giudicare, dopo aver empatizzato con il personaggio e aver creato una connessione con lui. Per me, è importante prima empatizzare con l’essere umano e creare una connessione e poi dopo giudicare. Questo lavoro con il personaggio mi ha permesso di approcciarmi all’incontro in modo molto aperto. Altrimenti non c’è mai un incontro. L’incontro avviene solo se si è aperti. Se una persona si interfaccia ad un essere umano, giudicandolo, non lo stai incontrando. Hai semplicemente sfiorato un altro pianeta. Se invece, riesci a giudicare in un altro momento, avviene un incontro reale.

Che percorso hai fatto, insieme ad Elodie, per costruire il rapporto tra Marilena e Andrea?

Io ed Elodie siamo partiti, conoscendoci. Era fondamentale costruire un’intimità sincera e vera, creare una conoscenza profonda l’uno dell’altra. Le scene tra Marilena ed Andrea potevano essere semplici e difficili, nello stesso momento. Avendo creato una connessione profonda, negli occhi dell’altra persona riuscivamo a trovare sempre una rete di sicurezza. Siamo andati insieme dove sono andati i nostri personaggi: verso l’amore, verso la violenza. Eravamo con Marilena ed Andrea e sotto quei personaggi c’eravamo noi: Elodie e Francesco, che si conoscono, si rispettano, si tutelano e si proteggono a vicenda.

Da spettatore, quando hai visto Ti mangio il cuore, cosa hai portato con te e cosa speri che arrivi agli altri spettatori? Mi piace pensare che non esistano insegnamenti obbligatori da dare ma che ognuno di noi possa cogliere un qualcosa da portare con sé, ogni volta che guarda un film.

Porto con me la difficoltà di uscire fuori da un contesto. Durante le riprese, abbiamo girato con tanta pioggia e tanto fango. Penso che anche simbolicamente sia importante mostrare la difficoltà di camminare nel fango, di riuscire ad uscire fuori da una situazione, da un luogo in cui sei cresciuto. Prima di giudicare, bisogna sempre sentire quanto può essere faticoso tirarsi fuori da un contesto fangoso che ti tira verso giù, come le sabbie mobili. E penso che lo stile del bianco e nero crei quella bolla che ti fa dire: ”Questa è una realtà chiusa. Un qualcosa da cui è difficile uscire, è un mondo a parte come tutti i mondi”.

Adesso, stavo pensando al tuo percorso. Hai iniziato a recitare da bambino ed ora, sei arrivato fin qui. Quanto è cambiato Francesco, come attore e come persona, in questi anni?

Sono cambiato tantissimo. Se ci penso, vedo quattro, cinque, sei attori diversi nel mio percorso. Nel corso del tempo, ho imparato ad usare l’energia nel corpo, in modo differente. All’inizio, quando cominci a recitare, hai voglia di comunicare tante cose e vai in scena per esplodere, per sfogare un tuo desiderio di arrivare agli altri, di arrivare a mandare un messaggio. Piano piano, poi, affini i tuoi moti interni. Cerchi di andare più sulla mente, cerchi altre energie. Quando ero sul set de Il cattivo poeta, ho imparato tanto a stare nella relazione attraverso il contatto mentale con gli altri personaggi. In quel film, il mio personaggio era molto razionale e logico. Mentre, in Ti mangio il cuore, c’era un’energia più sessuale ed emotiva.

Quali sono le persone che ti ispirano, ogni giorno, e ti danno la forza di andare avanti nel tuo mestiere?

Sono un grande fan degli attori inglesi e americani come Gary Oldman oppure Daniel Day Lewis. Guardo tutti i loro film, le loro interviste. Inoltre, amo molto il regista Paul Thomas Anderson. Ogni film che realizza, ogni scena che costruisce, ogni sfumatura che crea nei suoi film mi arriva in una maniera gigantesca. Ammiro molto i miei compagni dello Stabile. Li conosco, li stimo, conosco il loro percorso. Li vedo, ogni giorno, relazionarsi con realtà sempre più diverse, situazioni più o meno difficili e nonostante ciò, restano le persone che ho incontrato all’inizio e che ho sempre stimato. Sono i miei modelli.

Chi sarai in futuro, cosa speri di essere, cosa speri di raccontare? Quali sono gli esseri umani a cui vuoi dare voce?

A me piace raccontare le persone che cambiano. Voglio raccontare le persone che hanno percorsi, più o meno, difficili ma che non sono sempre uguali a loro stessi, persone che si cercano. Penso di essere una persona che si cerca costantemente nei momenti con più dolore e nei momenti più felici. Sono spesso alla ricerca di me stesso. E mi piace portare tutto ciò nelle persone che interpreto. Voglio incontrare la tridimensionalità, i personaggi che fai fatica a giudicare perché si cercano costantemente, si compromettono e a volte va bene, a volte va male.

 

 

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