Cinema

Anya Taylor-Joy e l’arte di essere fragile

Beth Harmon, Emma, Casey Cook, Gina Gray. Anya Taylor-Joy ha venticinque anni, eppure la sua carriera ha già raccolto volti e storie concrete, intense, indelebili. Attraverso ogni ruolo, è riuscita ad incidere nella sua anima e in quella di tutti quelli che la guardano: sentimenti, emozioni, sensazioni viscerali.

Anya Taylor-Joy è nata a Miami, ma quando era ancora una bambina, la sua famiglia si è trasferita a Buenos Aires. Lì ha assorbito la lingua e l’ha plasmata insieme alla sua essenza. Sei anni dopo, tutta la famiglia si trasferisce a Londra. Anya ha così tanta nostalgia di Buenos Aires che, per due lunghi anni, sceglie di parlare soltanto in spagnolo, rifiutandosi di imparare l’inglese. Ad aiutarla ci sono i libri di Harry Potter che ammorbidiscono quella nostalgia di casa e le permettono di aprirsi a nuovi mondi.

Bionda, occhi grandi che contengono intere storie da poter srotolare, pelle delicata come la porcellana, fisico asciutto ed elegante. Anya, pian piano, cresce e tesse una bellezza tutta sua, la più concreta e naturale di tutte. Ma fa i conti anche con quella bellezza fisica e visiva così particolare agli occhi della gente.

Per molti, quel suo delicato viso non è proporzionato e anche Anya si convince che sia davvero così. Non si considera bella perchè quella sua bellezza non rispetta gli assurdi e insensati canoni di perfezione imposti da tutti gli altri. Sua madre, un giorno, le insegna qualcosa sull’esteriorità e sull’interiorità umana che questa piccola grande donna porterà sempre con sé, lungo il suo cammino: «Mia madre mi ha cresciuta per guardare sempre le cose dentro le persone piuttosto che fuori. Non perché sto scappando da me stessa, ma perché la cosa più bella di me è il mio desiderio di interagire con il mondo esterno. E quando interagisci con il mondo esterno non guardi soltanto te stessa».

E con quegli occhi immensi, capaci di catturare ogni cosa, fuori e dentro di sé, Anya conosce il mondo, lo afferra, lo abbraccia, lo scopre e lo vive. Quegli occhi, che magari spaventano chi non sa guardare davvero il mondo, diventano il binocolo per poter osservare le esperienze, metabolizzare le paure e le fragilità, costruire i sogni. Il bullismo a scuola, la nostalgia di casa, non trafiggono l’essenza di Anya e quell’amore totalizzante verso la recitazione. A 14 anni, la ragazza con gli occhi grandi, vola a New York da sola per seguire un programma di regia di due settimane. La prima cosa che fa, quando arriva in aeroporto, è tingersi i capelli di rosa. Due anni dopo, scrive una lettera ai suoi genitori. Spiega ad entrambi di voler lasciare la scuola, stanca di tutto quell’insensato bullismo. E così lascia la scuola per inseguire il suo più grande sogno: la recitazione.

Nel 2014, arriva il film che le permette di ottenere la fama internazionale: The Witch. La sua interpretazione le regala ambiti premi nella categoria miglior attrice rivelazione. Da quel momento in poi, la carriera di Anya Taylor-Joy è un susseguirsi di voli, traguardi, storie, progetti.

Il 2020 è l’anno che la consacra in tutto e per tutto. Autumn de Wilde la sceglie per interpretare l’eroina che non piaceva a nessuno tranne che a Jane Austen: Emma. Quando Anya Taylor-Joy ottiene il ruolo di Emma esclama: «Grazie al cielo. Questo ruolo è qualcosa di divertente che porterà gioia alle persone». E in effetti, il ruolo di Emma è colorato, vivido, vivace. Rappresenta una ventata di aria fresca. Con i suoi colori pastello, la regista de Wilde ci consegna tra le mani una Emma determinata, dinamica, affascinante, ma anche fragile e capace di assaporare quelle cadute che le permettono di scoprire i suoi lati più umani. Anya, in tutto questo, regala alla sua Emma una modernità credibile. E così, l’eroina preferita da Jane Austen diventa una ragazza contemporanea, simile a tutte noi. Grazie ad Emma, Anya conquista la candidatura come miglior attrice in un film commedia\musical ai Golden Globes. Pochi mesi dopo, arriva The Queen’s Gambit.

Il ruolo di Beth Harmon ne La Regina degli scacchi di Scott Frank e Allan Scott fa il giro del mondo. Milioni di spettatori guardano la serie, la critica loda la sua inaspettata interpretazione. Anya riesce a raccontare una giovane donna ed il suo prestigioso talento per gli scacchi. Ma non solo, racconta una donna fragile, sgualcita, piena di crepe e dipendenze. Quelle dipendenze la fanno inciampare, molto spesso, ed oscurano quel talento innato. Ma Beth possiede una forza interiore, capace di farla risalire, di rimetterla in piedi nei momenti più oscuri. Il personaggio di Anya è un inno all’indipendenza, alla volontà, al coraggio di capire il destino e di costruire una vita, capace di essere degna di essere vissuta. Anya Taylor-Joy riesce a costruire un personaggio reale che ti afferra, ti coinvolge, ti catapulta all’interno della forza e della fragilità degli esseri umani. La Regina degli scacchi permette all’attrice di conquistare candidature su candidature, vittorie su vittorie, tra cui:  il Golden Globe come miglior attrice in una mini-serie,  il Critics’ Choice Awards, lo Screen Actors Guild Award ed il Satellite Award. A chi le chiede se ha mai detto addio a Beth, Anya risponde prontamente: «Alcuni personaggi non se ne vanno mai veramente dalla tua vita. Ho la sensazione che Beth sarà una di questi».  

In questo tempo sospeso, Anya Taylor-Joy ci ha insegnato qualcosa di concreto e spiazzante: l’arte di essere fragile. Con il suo magnetico sguardo, quella grazia coinvolgente, quel senso di grande intraprendenza, ha catturato l’interiorità di tutti noi. Anya ha rappresentato un abbraccio caldo in un gelido inverno. Ci ha dimostrato che non esistono canoni da rispettare, bellezze da limitare. La sua è un’arte fatta di forza e fragilità. E quella sua fragilità, arrivata nella sua vita da bambina, non è qualcosa che l’ha limitata. Forse, in alcuni momenti, la spinge giù, le sbuccia le ginocchia, eppure diventa una fonte di energia vitale. Qualcosa di potente, di raro, da non nascondere, da non chiudere in un ripostiglio. La fragilità di Anya le ha permesso di arrivare fin qui, di raccontare donne contemporanee, vicine a tutte noi, ricche di libertà, urti, ammaccature, sorprendenti bellezze.

In un mondo che ci costringe ad essere privi di imperfezioni, Anya Taylor-Joy ci dona il più grande regalo di tutti tempi: la fragilità. Quella fragilità che significa essere un essere umano. Il suo modo di essere un essere umano la porterà in luoghi sconosciuti, in volti di donne da esplorare, in storie che ci terranno la mano, per un po’ oppure per sempre.

«Spesso faccio un discorso di incoraggiamento a me stessa: ‘Hai bisogno di uscire e fare questa cosa ora’. Ho sofferto d’ansia, è così importante dire a me stessa che sto facendo il mio meglio. La cosa più importante che puoi imparare è amare te stessa. É così importante nutrire te stessa, amare ogni perfezione, imperfezione e stranezza. Tutti noi dovremmo sapere quanto sia importante dare un appuntamento a noi stessi e non dire di sì a tutto. É importante dire di no e scegliere le cose che ci nutrono. Dire: Preferirei non uscire questa sera. Voglio scrivere poesie oppure fare una lunga passeggiata con i miei pensieri».

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